Intervista a Ivan Ljubicic: “Felice di sostenere I Tennis Campus: è la mia storia”

Ivan Ljubicic

Una carriera pazzesca e una vita da film di un personaggio la cui intelligenza e semplicità non possono che conquistarti. Ivan Ljubicic ha scelto di sostenere I Tennis Foundation “perché è la storia di ciò che mi è successo e mi rivedo nei ragazzi e nelle ragazze che avranno questa opportunità. Perché è la stessa che ho avuto io 28 anni fa. So quello che vivranno, come si sentiranno. E sarò felice di dare il mio contributo alla loro crescita”.
Giocatore incredibile (si arrampicherà fino alla terza piazza mondiale), Ljubicic raggiunge il massimo anche da allenatore. L’amico Roger pensa a lui per vincere ancora e fa bene. Con Ljubo nel suo angolo, Re Federer incassa 3 Slam e diventa il numero 1 ATP più vecchio di sempre.
Raccontaci la tua vita prima della guerra?
“Vivevo a Banja Luka in Bosnia. Ho iniziato a giocare perché un giorno mio padre mi ha chiesto che sport volessi fare e io stavo guardando Wimbledon in televisione, giocavano Becker ed Edberg, e ho detto tennis”.
Tuo padre è stato fondamentale per la tua carriera.
“Giocava a calcio ma ha dovuto smettere presto a 20 anni per andare a lavorare. Non aveva avuto il sostegno della sua famiglia per continuare, proprio per questo ha voluto dare a me la possibilità di esprimermi attraverso lo sport”.
Poi scoppia la guerra civile.
“L’unica cosa da fare era fuggire, con l’idea di ritornare quando la situazione si fosse normalizzata. Non sapevamo in quel momento che la decisione di andare via sarebbe stata definitiva”.
Cosa ricordi di quel periodo?
“Da un giorno all’altro l’amico vicino di casa o il tuo padrino diventano di colpo tuoi nemici. All’improviso niente più scuola, tutti chiusi in casa. Un giorno mio padre mi dice: provo portarti a giocare a tennis. Saliamo in macchina e poco dopo troviamo un posto di blocco di guerriglieri armati. Lì ho capito che la situazione era insopportabile”
Paura?
“Ricordo la paura dei miei genitori, soprattutto di mia madre. Per me invece, un bambino di 13 anni, era tutto un po’ relativo. Sicuramente l’ho percepita quando ho visto quelle persone con i mitra puntati verso di noi che chiedevano dove stessimo andando. Quello è stato sicuramente il momento della mia infanzia che mi ha fatto scuotere”.
Il campo profughi in Croazia.
“Sono stati i sei mesi più difficili della mia vita perché non sapevamo nulla di mio padre. Prima di salutarci, lui però diede un compito a mia madre: qualsiasi cosa accada, Ivan deve continuare a giocare a tennis”.
Il tuo carattere si è forgiato in quel periodo?
“Me lo sono chiesto anch’io. La verità è che sono una persona che guarda in avanti, non indietro. Raramente ho pensato al passato come una motivazione extra. Non ricordo di aver mai pensato ‘io sono un figlio della guerra, adesso ti batto’. Funziona così solo nei film”.
L’arrivo in Italia a Moncalieri.
“Capimmo che quella era l’unica possibilità per diventare un tennista professionista. Mi ricordo il furgone bianco con la scritta Le Pleiadi che ci venne a prendere a Trieste, il viaggio e l’arrivo in questo posto spettacolare: non potevamo credere di essere finiti nel circolo più importante d’Europa”.
Quando hai capito di poter diventare un tennista?
“Non c’era niente da capire perché fare il tennista era l’unico modo per sopravvivere. Il fatto di non avere altra scelta è stata la mia fortuna”.
Dopo una grande carriera, a fine 2015 arriva la chiamata di Federer.
“Quando Roger mi ha chiesto di allenarlo mi ha sorpreso, non sapevo stesse cercando un altro coach. Ero fiero pensasse che avrei potuto dargli un qualcosa in più. Erano cinque anni che non vinceva uno Slam e credevo fermamente potesse riuscirci ancora. è stato probabilmente il momento più importante della mia carriera”.

Matteo Musso

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